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Lug 17

Tumore scambiato per una frattura mette a rischio la vita di un ventunenne

di Valentina Lupia

Un giorno prendi a calci un pallone, quello dopo è la vita che prende a calci te. E come accade molte volte nella vita, anche questa situazione “era una cosa tranquilla, mio figlio, Domenico Natale, aveva un dolore alla gamba”. Ma poi i controlli e i sospetti dei medici di Caserta fanno crollare la terra sotto ai piedi di Giuseppe Natale, padre del ventunenne.
“Si trattava di un fibroma osseo. Così ho pensato subito che portarlo a Roma, dove vivo da alcuni anni, sarebbe stata la scelta migliore, volevo portarlo via dalla cattiva sanità del sud Italia”, spiega il padre, distrutto, amareggiato. Che ha trovato coraggio per lottare contro chi ha strappato la felicità e la sicurezza di una vita longeva a un giovane che, come tutti, amava giocare a pallone, uscire con gli amici e che aveva da poco trovato lavoro in un autogrill di Caserta, sua città natale. Una battaglia sotto forma di processo, una crociata contro i medici, contro la clinica Nuova Itor e la Asl Roma B, sotto processo per una presunta diagnosi non attenta e, di conseguenza, sbagliata, di una massa tumorale confusa per un edema, poi tagliato. Un’azione che ha cambiato la vita del giovane Mimmo, come lo chiamano familiari e amici.

E’ necessario andare per ordine. “Mi avevano consigliato questa clinica, ma ovviamente non potevo minimamente aspettarmi quello che poi sarebbe successo. Porto mio figlio alla clinica Nuova Itor e lo faccio visitare privatamente dall’ortopedico Felice Carsillo, che gli diagnostica immediatamente una frattura composta del piatto tibiale, da curare con quaranta giorni di riposo, un tutore e un antinfiammatorio”. E dopo due, cinque, dieci giorni le cose non sembrano migliorare. “Dopo diversi giorni – prosegue Giuseppe Natale – la storia prende una brutta piega. Era il 25 maggio, ricordo bene quel giorno. Riportai nuovamente Mimmo alla Itor, dove con molta naturalezza l’ortopedico gli preleva del liquido e decide di operarlo. E vorrei precisare che un radiologo aveva anche fatto dei controlli. In ogni caso l’ortopedico chiamò l’operazione asportazione dell’edema, che probabilmente nemmeno esiste”. E dopo questo, un appuntamento una settimana dopo per cambiare la medicazione e un’altra ancora per togliere i punti. Ma, con un solo taglio, un millesimo di secondo, da casa di due noduli, i polmoni del giovane campano hanno cominciato a ospitare diverse metastasi. La notizia giunse proprio a partire dal bar della clinica Nuova Itor durante il primo di questi appuntamenti. “Mimmo era diventato pallido e a un certo punto si accasciato al suolo. La guardia medica notò che aveva 120 battiti al minuto, ciononostante l’ortopedico della Nuota Itor consigliava di portarlo a casa per riposare. Solo il medico si oppose e mi consigliò mi portarlo al pronto soccorso”.

Così ho fatto: l’ho caricato in macchina, in direzione Policlinico Umberto I, la struttura ospedaliera più grande d’Europa”. “Non capivano come mai fossi stato io a portarlo in ospedale con la mia macchina e non fosse stata la stessa clinica a chiamare un’ambulanza. Ma in quel momento domande simili erano solo parole, volevo solo far stare bene mio figlio”. E lì, l’incontro con il dottor Magrini, che “oltre a spiegarci che la ferita fosse infetta, ci ha fatto prendere coscienza del problema. A lui devo molto, sono stato fortunato a incontrare un personale così qualificato in una situazione così difficile. Solo qui capimmo che l’osteosarcoma era stato spallinato, spedendo nei polmoni di mio figlio tante metastasi”. Da qui il trasferimento all’IFO – Istituto Nazionale Tumori Regina Elena, nel reparto di oncologia. E da qui anche un’altra terribile notizia: a causa della ferita troppo infetta, il ragazzo non avrebbe potuto sostenere le cure chemioterapiche, che avrebbero a loro volta potuto portare alla setticemia. “Si trattava di un osteosarcoma di alto grado di tipo teleangectasico, il nome parla da solo. Così, con febbre a 39°, il 26 giugno 2013 hanno amputato la gamba a Mimmo”. Solo dopo quaranta giorni, una volta cicatrizzatasi del tutto la ferita, il ragazzo ha effettuato la prima seduta di chemioterapia. “Eppure non mi riesco a dar per vinto. Chiamai anche il dottor Carsillo quando all’Umberto I mi parlarono di lesioni polmonari, due noduli, per essere precisi, che già da prima dell’operazione della Nuova Itor sarebbero stati nei polmoni di Mimmo. Ma mi spiegò che invece erano puliti, se no non avrebbe potuto operare. Fu poi Carsillo in persona che si mobilitò per portare vetrini e carte al Policlinico, senza però referti su torace e ginocchio”. L’ultima chiamata tra Giuseppe Natale e Felice Carsillo è avvenuta il 22 giugno del 2013. Pochi secondi dove il padre disperato cerca di capire che fine avevano fatto i referti della radiografia del torace di Mimmo. “Il dottore si diceva meravigliato, dato che anche la tac era sparita. Mi disse di chiedere chiarimenti al professor Ricci, responsabile del reparto di radiologia della Nuova Itor, che mi spiegò che il sistema particolare della clinica cancella la memoria ogni 48 ore, perciò sarebbe stato impossibile ricavare un duplicato”.

“Volevo e voglio tutt’ora giustizia. Il primo luglio sono andato a sporgere denuncia dai carabinieri e presso i Nas di Roma. Da lì sono stati effettuati degli accertamenti, fino alla prima udienza del 4 luglio. L’ortopedico della clinica Nuova Itor non ha seguito le linee guida, non ha considerato la positività dell’esame istologico. Tra l’altro, sicuramente per altri motivi, il giorno dopo aver operato mio figlio, quindi il 14 giugno 2013, sembra sia stato licenziato, e la cosa almeno per me la dice lunga. Anche il radiologo è sotto processo. Mio figlio, prima di essere operato alla gamba, ha eseguito dei controlli”. E la domanda che continua a bombardare la mente di Giuseppe Natale è sempre la stessa: “Se qualcuno si fosse accorto dei noduli, le cose sarebbero andate diversamente?”. Domande a cui solo la magistratura potrà dare una risposta, facendo chiarezza sugli iter da rispettare e su quelli che, inconsciamente o per errore, non si sono correttamente seguiti. Così la disperazione sfocia in un sentimento di impotenza, a causa del quale “vedere il proprio figlio fare avanti e indietro per la chemio non è il massimo. Sono sicuro che una più attenta analisi avrebbe potuto salvare Mimmo”. Prevista per il 18 novembre la prossima udienza. Chiamati all’appello i due medici, la clinica Nuova Itor e la Asl Roma B. “Siamo assolutamente convinti di poterci difendere – spiega l’avvocato difensore del radiologo, Anna Rodinò Toscano – il nostro assistito ha risposto a un quesito specifico, non violando secondo noi alcuna norma clinica”. E intanto Giuseppe Natale desidera che “chi ha sbagliato paghi. Io, come uomo, spero che nulla di quanto è accaduto e sta accadendo a me capiti a chi ha colpa di tutto ciò, mi auguro solo che la giustizia faccia il suo corso. E in ogni caso in cielo c’è sempre Dio a giudicarci”.

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