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Ott 07

PATOLOGIA DEL DO.DI.CI. (Dal numero degli Apostoli – al lordo di Giuda – fino agli spunti di Dottrina, Diritto e Circostanze nell’inCURIA locale)

chiesa cattolicaDOTTRINA (Emiliano Morrone)

È molto grave che monsignor Francesco Milito, vescovo di Oppido Mamertina-Palmi (Reggio Calabria), abbia promosso alla guida del Duomo di Gioia Tauro (Reggio Calabria) don Antonio Scordo, condannato per falsa testimonianza in un processo per violenza carnale. Ancora più grave è che il vescovo abbia argomentato, a giustificare, con la presunzione d’innocenza dell’ordinamento giuridico italiano, trattandosi di condanna in primo grado.

È grave perché è un arbitrio netto: non vi sono ragioni per confondere le acque, per mescolare religioso e laico, ecclesiastico e statuale. Tuttavia, il fatto non mi stupisce, perché viviamo in un tempo di generale confusione, perfettamente anticipato nel Libro dell’Apocalisse e descritto con profondità nell’opera di René Guénon.

Tutto è ricombinabile, oggi: tutto è opinabile perché fatti e dottrina si possono alterare come le immagini digitali, in ossequio al principio utilitaristico che informa il contemporaneo, per cui l’uomo smonta e ri-assembla ciò che vuole, come vuole, giusto perché lo vuole. In questo processo non importa il nesso logico, e viene meno il fondamento delle cose. Ne beneficia il vantaggio individuale, nella diffusa complicità del sistema, che col silenzio e l’immobilismo alimenta, in un tempo, l’ingiustizia e il disordine.

Il vescovo Milito sa bene che «non commettere falsa testimonianza» è un comandamento dato da Dio, ma evidentemente ha preferito soprassedere, per don Scordo, forse rilevando che al divieto divino non corrisponda una normativa sanzionatoria in ambito morale o religioso.

La logica seguita dal vescovo è semplice quanto perdente: poiché don Scordo si presume innocente sino al terzo grado di giudizio, nell’incertezza del reato egli può rimanere l’alter Christus – «il sacerdote è profondamente unito al Verbo del Padre, che incarnandosi ha preso forma di servo, è diventato servo» (Fil 2,5-11) – amministrando i sacramenti e parlando a nome di Cristo; in dottrina, rammento, Sacerdote, Re e Profeta.

La decisione del vescovo, che sino a definizione del giudizio penale doveva sospendere don Scordo, conferma – nonostante l’impegno monumentale di papa Francesco per la pulizia nelle diocesi e parrocchie – una vecchia prassi della Chiesa riassunta nel motto promoveatur ut amoveatur (trad. «sia promosso affinché sia rimosso»). Soprattutto, essa indica una precisa presa di posizione, che Nietzsche definirebbe, probabilmente, «umana, troppo umana»: la Chiesa locale si è messa dalla parte di un potenziale complice di violenza carnale e – verrebbe da dire, riprendendo il martire don Peppe Diana – perfino contro Dio stesso, che per definizione sta con i deboli, con le vittime e con gli ultimi, se ricordiamo le Beatitudini e il senso stesso della nascita, della morte e della risurrezione del Figlio.

DIRITTO (Domenico Monteleone)

Il Consiglio Presbiterale della Diocesi di Oppido ha espresso la Sua solidarietà richiamando espressamente “il diritto di ciascuna persona ad essere considerato non colpevole fino alla condanna definitiva poiché gode della presunzione di innocenza fino al giudizio finale”.

Insomma, fino al terzo grado di giudizio, il prode Don Scordo – secondo il Vescovo ed il Suo Clero – potrà essere tranquillamente la guida di una delle Parrocchie più importanti della Diocesi, ovvero il Duomo di Gioia Tauro.

Ma cos’è il Diritto ad “essere considerato non colpevole”?

A parte le sottili distinzione tra presunzione di non colpevolezza e presunzione di innocenza – sulle quali non ci sembra opportuno indugiare – si può dire che nel diritto e nella procedura penale, la presunzione di non colpevolezza è il principio secondo cui un imputato è innocente fino a prova contraria. In particolare, l’art. 27, co. 2, della Costituzione afferma che «l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva».

Importante è evidenziare che questo Principio di Diritto ha essenzialmente una conseguenza pratica e la conseguenza è esattamente questa: il divieto di anticipare la pena poiché l’imputato non può essere assimilato al colpevole fino al momento della condanna definitiva.

Insomma, fino a quando ci sarà la possibilità di dibattere in un giudizio, l’imputato non deve e non può andare in galera.

Il principio di non colpevolezza è nato essenzialmente per questo. È nato per mettere un freno a tutti gli abusi perpetrati nel passato.

Che c’entra dunque il caso di Don Scordo? Che senso ha tirare in ballo questo Principio per giustificare la “promozione” di una persona che è stata condannata in primo grado? La cui condanna è esistente e formalizzata in una Sentenza? Che senso ha soprattutto alla luce del fatto che nessuno pretende la galera per Lui, la galera immediata, s’intende. Perché se sarà giudicato colpevole alla fine dei tre gradi, in galera ci deve andare!

Secondo Noi – alla luce di tali evidenze – non ha nessun senso, non ha nessun senso richiamare la presunzione di non colpevolezza nel caso di Don Scordo.

Ma vi è di più.

Ed il di più è sintetizzato da una domanda. Nel caso in cui ci fosse una discrepanza tra norma civile, secolare, statale e norma morale, ecclesiale, canonica, in questo caso di divergenza tra questi due tipi di norma, quale delle due avrebbe la prevalenza? Ovvero, fino a quanto conta la Legge Statale per la Chiesa?

Mi spiego meglio. Poniamo il caso in cui ci fosse stata un’assoluzione di Don Scordo e, nel contempo, mettiamo che la Chiesa conoscesse con certezza – intra moenia – la colpevolezza di questo Prete.

Ebbene, in questo caso, Don Scordo potrebbe – nei confronti della Gerarchia – pretendere il rispetto della Legge statale e, dunque, della sentenza di assoluzione. Insomma, la Chiesa delegherebbe il Suo potere inquisitorio allo Stato?

La risposta è no, la Chiesa non delegherebbe e la conferma la si può trovare facendo ricorso ad un po’ di memoria. Ricordate il caso Milingo? Ricordate il suo matrimonio con tale Maria, ricordate quella donna filippina? Ebbene, in quel caso, non ci fu nessuna condanna di un qualche tribunale statale, eppure il Sacerdote fu “rinchiuso” in “meditazione” per tanto tempo in un convento fuori Roma ed oggi pochi sanno effettivamente dove Egli si trovi.

La Chiesa ha dunque le Sue Regole e le applica – giustamente – a prescindere dallo Stato. Ha le Sue Regole da sempre e tali Regole si concretizzano in un corpo di Norme mastodontico e per conferma di ciò basterà chiedere conto a chiunque abbia avuto a che fare con il Diritto Ecclesiastico ed il Diritto Canonico.

Ecco, allora, che il fatto di richiamare una Norma Statale per giustificare una Procedura (una promozione!) interna alla Chiesa tradisce – alla luce delle suddette osservazioni – l’intento di cercare altrove una giustificazione ad un operato che non ha giustificazioni nelle Norme interne. Un operato che non ha giustificazioni nelle Norme Interne della Chiesa perché tali Nome sono di ordine Morale. E le Norme Morali hanno l’asticella piazzata più in alto, molto più in alto.

Ecco: alla bisogna meglio rivolgersi altrove. All’Art. 27 della Costituzione per esempio, pur sbagliando grossolanamente così come abbiamo visto. Rivolgersi altrove conviene. E la Convenienza è come lo spazio, si va dove ce n’è.

Il resto è strenua e ridicola difesa corporativa.

CIRCOSTANZE (Michel Emi Maritato)

Tutto questo mi chiedo nel nome chi? Nel nome di chi, questa chiesa tradisce, violenta, distrugge e perseguita da millenni … nel nome di chi?Dal martello delle streghe, alle vicende legate a Marcinkus, la nostra chiesa ci tradisce e non ottempera al dovere morale, che Cristo ci ha lasciato versando il suo sangue. Il sangue delle migliaia di violenze perpetrate nel nome della Chiesa. Non si può, non si deve sottacere la storia e la dignità degli uomini e delle donne. Dio non deve essere il mezzo di potere di una chiesa di uomini.

In questo momento storico di crisi mondiale delle coscienze, una luce sta però illuminando i nostri passi nelle tenebre assolute: Papa Francesco.

E’ a lui che con grande sgomento chiediamo di intervenire in questa circostanza, perché ancora una volta gli oblati, i fratelli, le clarisse, le sorelle, i penitenti, i servi,le ancelle, i padri, eccetera, non adoperino tutto questo per il potere personale, confidiamo in questo appello: Grande Padre, il mondo ha bisogno di certezze e di una guida vera … Tu puoi intervenire … illuminaci ancora, come sai fare Tu!

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