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Feb 11

“IL LAVORATORE CHE SPACCIA NON PUO’ ESSERE LICENZIATO”

Spacciatoredi Andrea Tropea

I fatti che attengono alla vita privata del lavoratore, se non correlati alla prestazione di lavoro, non possono comportare il licenziamento per giusta causa dello stesso.
Questo è, in sintesi, quanto sostenuto dalla Suprema Corte di Cassazione con la sentenza n° 1698 del 2013, che ha decretato l’illegittimità del licenziamento comminato ad un lavoratore che era stato colto in flagranza di spacciare una quantità di hashish, fuori dei locali dell’azienda (in una via pubblica), nonché al di fuori dell’orario di lavoro.Nella specie, irrilevante è stata ritenuta dai Giudici anche la circostanza che, all’interno dell’armadietto del lavoratore, sia stata rinvenuta insieme alle ordinarie attrezzature di lavoro, una quantità di sostanza stupefacente, due coltelli ed un bilancino di precisione.
La motivazione di tale decisione, secondo l’orientamento della Suprema Corte, sarebbe nel fatto che, in un caso simile, non viene interrotto il vincolo di fiducia che lega il prestatore d’opera (nella specie, un addetto alla pulizia dei vagoni di un treno) e il datore di lavoro.
In particolare, afferma la Cassazione che “non era sufficiente ad escludere la lesione del rapporto fiduciario…la deduzione che le mansioni svolte da quest’ultimo non siano caratterizzate da un elevato grado di fiducia e che nello specifico, ai fini del giudizio sulla entità del grado di fiducia riposto sul lavoratore e della sua compromissione, vanno specificamente considerati i compiti pure attribuiti al V. di responsabile del cantiere”.
Ciò detto, è evidente che la Corte ha dovuto ricostruire le mansioni svolte dal lavoratore al fine di valutare “se i fatti addebitati rivestano il carattere di grave negazione degli elementi del rapporto di lavoro ed in particolare dell’elemento della fiducia… la valutazione relativa alla sussistenza del conseguente impedimento della prosecuzione del rapporto andrà operata con riferimento non già ai fatti astrattamente considerati, bensì agli aspetti concreti afferenti alla natura ed alla qualità del rapporto di lavoro, alla posizione delle parti, al grado di affidamento richiesto dalle specifiche mansioni del dipendente, nonché (nei termini della ricostruzione offerta dal Tribunale nella sentenza cassata) alla portata soggettiva dei fatti stessi, ossia alle circostanze del suo verificarsi, ai motivi ed all’intensità dell’elemento intenzionale ed ogni altro aspetto correlato alla specifica connotazione del rapporto che su di esso possa incidere negativamente”.
Quindi, alla luce della sopra riportata pronuncia, è possibile affermare che non ogni comportamento illecito commesso dal lavoratore comporta la cessazione del rapporto di lavoro, atteso che deve sempre considerarsi la sussistenza o meno del vincolo fiduciario.
Da ciò consegue che i comportamenti posti in essere dal lavoratore, fuori dell’orario di lavoro e fuori dei locali aziendali, non possono di per sé costituire motivo di licenziamento, restando soggetti esclusivamente a valutazioni di carattere penale.

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