«

»

Giu 05

ECCO LA MIA RIFORMA DELLA SANITA’

9879

“Investimenti in tecnologia, in ospedali di comunità e qualità sono i segreti per migliorare il nostro sistema e i giusti criteri con cui riordinare i costi. La medicina preventiva sarà l’architrave del futuro”

Intervista al dottor Vincenzo Castelli, ortopedico della Clinica di cura Pio XI.

Carenza di posti letto, liste di attesa interminabili, macchinari spesso in disuso oppure insufficienti, affollamento dei pronto soccorsi, sono solo alcuni dei problemi che quotidianamente i cittadini del Lazio stanno vivendo a causa di una politica di tagli “lineari” portata avanti dalle diverse giunte regionali. Il disagio è crescente anche perché, con l’incombere della crisi economica, sembra non ci siano reali alternative. Il dottor Vincenzo Castelli, ortopedico della Clinica di cura Pio XII, ha avanzato un suo originale modello, teso a ottimizzare i costi e soprattutto ad andare incontro ad un migliore qualità delle prestazioni e del livello di assistenza dei cittadini. Ecco le sue idee.

Dottor Castelli lei ha lanciato un grido d’allarme sui tagli lineari portati avanti anche dall’amministrazione Zingaretti. Ci sono alternative?
In assoluto non sono contrario ad un piano di rientro, purché questo sia fatto con intelligenza e sia capace di garantire un sistema sanitario di qualità a vantaggio di tutti, specialmente di chi ha pochi soldi e non ha la possibilità di utilizzare polizze private. Il problema è la politica dei tagli lineari che per definizione sono senza una minima razionalità progettuale e con un’ottica esclusivamente economica.

Concentrarsi, in un momento di crisi, sulla qualità a favore dei cittadini per molti non è realistico.
Per chi come me è medico rinunciare a garantire ai cittadini una buona sanità è inconcepibile. Se accettassimo quest’ottica, verremmo meno sia alla nostra etica professionale, sia, cosa ancor più grave, alla giustizia sociale che invece è un fondamento irrinunciabile.

Lei sostiene che per riformare il sistema bisogna partire dai soldi, perché quei pochi disponibili sono spesi male.
Certamente. Stare attenti alle specificità delle singole realtà ospedaliere e territoriali, significa anche essere capaci di fare una politica più intelligente anche sui costi. Bisogna eliminare i fondi sprecati in aree inutili e concentrarli invece su nuove risorse tecnologiche e umane a vantaggio dei malati. Il nostro sistema sanitario è ancora calibrato, anche nei suoi investimenti e nella sua spesa, ad una realtà legata ad un altro sistema tecnologico. E’ urgente un aggiornamento.

Il suo modello si basa sull’inversione di un paradigma. Per lei è fondamentale, ad esempio, che la medicina sia anzitutto preventiva .
Dobbiamo cambiare mentalità. Oggi il grande progresso, che si è verificato nella scienza e nella tecnologia sanitaria, consente di diagnosticare sul nascere tanti problemi. Se fossimo ben accessoriati per prevenire avremmo anche economicamente meno ricoveri e spese sanitarie collegate ad uno stato più avanzato della malattia, ma soprattutto ne guadagnerebbe la salute delle persone. Dobbiamo nei nostri investimenti avere a mente che la medicina preventiva, decentrata e ben telematizzata , deve essere l’architrave del futuro.

Gli investimenti tecnologici sono fondamentali?
Non solo per prevenire i problemi di salute, ma per tutto il nostro sistema. Oggi molti colleghi hanno timore ad eseguire operazioni a causa dei mezzi che hanno a disposizione. Recuperare questa arretratezza deve essere una priorità. Non dobbiamo rinunciare infatti a fare una medicina di qualità. I vantaggi sono anche economici perché non solo la necessità delle ospedalizzazioni ma anche le degenze durerebbero molto meno.

I medici come vivono questa mancata modernizzazione tecnologica e organizzativa?
Sono spesso in una situazione di imbarazzo verso i pazienti. La mancanza dell’opportuna strumentazione e degli altri mezzi che occorrono per poter svolgere serenamente il loro lavoro spesso li fa rinunciare a fornire certe prestazioni. I medici devono tornare ad essere fieri della loro attività e a non farsi trascinare da tutti quegli incarichi amministrativi, che impropriamente ci sono stati attribuiti.

So che si delega al medico anche il controllo di gestione?
Non è una competenza adatta alla nostra professione. Un certo coinvolgimento ci deve essere, ma essenzialmente il nostro scopo è aiutare le persone esercitando la professione sanitaria.

Torniamo al suo modello. Per lei è importante favorire una pronta dimissione del paziente in modo da non affollare gli ospedali e i pronto soccorso. Come pensa di poter ottenere questo obiettivo, senza compromettere la sicurezza di chi potrebbe invece essere dimesso in maniera troppo sbrigativa ?
Personalmente mi occupo di diverse operazioni delicate. Cerco sempre di non essere invasivo nell’intervento e sto attento al livello qualitativo della prestazione che offro e dei mezzi che ho a disposizione. In questo modo dimetto i miei pazienti mediamente in ventiquattro ore . Il segreto sta nella qualità e nell’uso, lo ripeto, della tecnologia adeguata. Oggi abbiamo il problema di una degenza ospedaliera troppo frettolosa. Spesso persone, che necessiterebbero ancora di assistenza, sono mandate a casa dove i famigliari sono gli unici che possono dare una mano, a meno che non si disponga di altri mezzi. Come tutti sanno questi rientri sono problematici perché chi vive con noi spesso lavora, ha problemi personali o semplicemente non ha le competenze per dare assistenza. Da qui la mia proposta. Dopo le dimissioni dall’ospedale e dai sovraffollati pronto soccorso, coinvolgiamo gli ospedali intermedi o di comunità.

Di cosa si tratta?
Possono essere sia medici di base, sia cliniche convenzionate. In ogni caso si tratta di realtà ben specializzate per il tipo di assistenza che devono fornire, capillarmente diffuse sul territorio e al tempo stesso più adatte alle esigenze del paziente. La telemedicina e la tecnologia possono fare molto per creare una rete ben strutturata capace di coordinare l’attività del centro ospedaliero principale e delle realtà intermedie.

Che vantaggi avrebbe il paziente?
Dimesso prontamente dall’ospedale, dopo aver ricevuto la prima e indispensabile cura, il paziente potrebbe, nell’ospedale intermedio o di comunità, essere ricoverato anche per due settimane, liberando da questa incombenza la sua famiglia. La dimensione più ristretta della realtà sanitaria che lo cura favorisce una maggiore attenzione verso le sue specifiche esigenze. Penso, ad esempio, a chi ha i postumi delle operazioni o agli oncologici che con troppa facilità si mandano a casa. Negli ospedali intermedi o di comunità verrebbero ben seguiti e avviati alle terapie di cui hanno bisogno.

Lei ha parlato anche di telemedicina?
E’ fondamentale tutto quello che consente di migliorare la comunicazione con i medici. Ad esempio oggi esistono bracciali elettronici per i cardiopatici, che consentono un monitoraggio costante in caso di variazione di pressione o aritmie. In questo modo il medico può intervenire direttamente o magari coinvolgere il medico di base, evitando inutili ricoveri e l’affollamento dei pronto soccorso. Bisogna inoltre migliorare il sistema di prenotazione e pagamento delle prestazioni, seguendo i modelli esteri dove è possibile fare tutto per telefono o con un click e non si fanno più le file .

Ha già sperimentato questo suo modello?
Modelli simili sono in funzione all’estero. In Italia qualcosa di simile c’è a Padova, ma ho avuto modo di provarlo direttamente nel mio territorio ad Ostia lido. Tutti i pazienti dimessi dal nostro ospedale, il Grassi, sono stati assegnati ad un nucleo intermedio che era o una clinica convenzionata di zona o medici di famiglia, che a turno facevano la guardia per garantire la reperibilità notturna. Tutto questo ha dato ottimi risultati sia in termini di qualità, sia di risparmi. Pensi che un ricovero presso un convenzionato costa il 20-30% di quello che verrebbe presso un grande ospedale. Abbiamo avuto dei riscontri significativi per l’affollamento del pronto soccorso, prima infatti chi dimettevamo e non aveva la possibilità economica di farsi assistere nella maniera adeguata tornava per farsi ricoverare. Siamo riusciti anche ad ottenere risultati molto significativi sulle liste d’attesa, che è uno dei maggiori problemi del sistema sanitario della nostra Regione.

I medici di famiglia hanno appoggiato la sua sperimentazione?
Certo. Ho parlato personalmente con loro. Tra colleghi ci si intende, anche perché la nostra professione, grazie a questo sistema, perde il suo carattere burocratico e ci fa svolgere realmente il nostro lavoro. Il riscontro che stiamo ottenendo ci ha fortemente motivati. Penso sia proprio la formula giusta per costruire la sanità del futuro.

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Google Plus
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

Hit Counter provided by technology reviews